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L'intelligenza artificiale minaccia il pensiero critico?

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L'intelligenza artificiale minaccia il pensiero critico?

C'è una frase che risuona sempre più di frequente nel dibattito pubblico: l'Intelligenza Artificiale atrofizzerà le nostre menti, renderà obsoleto il pensiero critico, ci trasformerà in passivi consumatori di contenuti preconfezionati. Una distopia in cui, sommersi da risposte immediate e apparentemente perfette, smetteremo di porci domande.

E se questa narrazione, per quanto seducente nella sua semplicità apocalittica, fosse sbagliata? Se, paradossalmente, l'AI potesse rivelarsi non la morte del pensiero critico, ma la sua inaspettata palestra?

Che cos'è il "pensiero critico"?

Prima di decretare la morte del pensiero critico, dovremmo forse chiederci cosa sia esattamente. Il pensiero critico non è semplice scetticismo o la tendenza a dire "no" a tutto. È un processo attivo e disciplinato di concettualizzazione, analisi, sintesi e valutazione delle informazioni. È, in parole povere, la capacità di non accettare ogni informazione che ci viene servita, ma di esaminarne prima tutte le sfaccettature. Potremmo dire che è il contrario della fiducia cieca. Un po’ come se qualcuno ci porgesse un bicchiere d’acqua e noi, prima di bere, lo analizziamo meticolosamente: il bicchiere, l'acqua, la temperatura e persino la mano che ce la porge.

La grande paura è che, avendo a disposizione un oracolo come ChatGPT, Gemini e gli altri, smetteremo di prenderci la briga di verificare le informazioni. Perché analizzare le fonti quando la risposta è già lì, pronta e impacchettata? La domanda, però, sorge spontanea e un po' maliziosa: ma prima dell'AI, eravamo davvero tutti questi instancabili detective della verità?

Il peso della fonte

Siamo onesti. Quante volte abbiamo accettato una tesi non per la sua intrinseca validità, ma per l'autorevolezza della fonte? È un meccanismo psicologico antico e potente, una scorciatoia mentale che ci risparmia fatica. A volte è una necessità, perché non abbiamo le competenze per validare la tesi e ci fidiamo dell’autore. Ma talvolta, sospendiamo il nostro giudizio critico per affidarci alla comodità dell’autorevolezza.

Nel Medioevo, il sapere era dominato dall'ipse dixit. Se una cosa l'aveva detta Aristotele, era legge. Non serviva verificarla, bastava citare il Filosofo per chiudere ogni disputa. Se vi sembra un atteggiamento relegato a un'epoca buia e lontana, provate a pensare al presente. Accendete la TV e un famoso attore, con un camice bianco, ci spiega perché un certo dentifricio è il migliore. Cosa ne sa lui di igiene orale? Probabilmente nulla più di noi. Ma il suo volto noto, la sua "autorità" mediatica, basta a convincere milioni di persone. È l' ipse dixit in formato spot pubblicitario. Ma questo non accade solo in ambito pubblicitario. Lo scienziato di fama mondiale che si esprime su un tema fuori dalla sua area di competenza viene ascoltato con la stessa reverenza che si deve a un testo sacro. Per non parlare dei politici, soprattutto in questo periodo storico. L'autore, il "chi", spesso conta più del "cosa".

L'essere umano, per sua natura, tende a fidarsi delle etichette. È un bias cognitivo, un'euristica del giudizio. Se il libro è di un premio Nobel, partiamo dal presupposto che sia geniale. Se l'articolo è di uno sconosciuto, lo guardiamo con sospetto.

L’AI e la morte dell'autore

Lo scrittore argentino Jorge Luis Borges, nel suo racconto "Pierre Menard, autore del Chisciotte", immaginava un uomo che riscriveva, parola per parola, il capolavoro di Cervantes. Il testo era identico, ma l'autore era diverso. E questo, per Borges, cambiava tutto. Leggere il Chisciotte pensando che sia stato scritto nel XX secolo da un intellettuale francese conferisce significati completamente nuovi all’opera.

L'AI porta questo esperimento mentale alle sue estreme conseguenze. Come sottolineato da David J. Gunkel nel suo articolo, "AI Signals The Death Of The Author", i contenuti generati da un'AI non hanno un autore nel senso tradizionale del termine. Non c'è un nome famoso sulla copertina, non c'è una biografia da sbirciare per trovare conferme o smentite alle nostre aspettative.

Di fronte ad un contenuto generato dall’AI siamo solo noi e il contenuto.

Privati dell'autore come punto di riferimento, cosa ci resta? Solo il nostro intelletto. Non possiamo più dire: "Lo accetto perché l'ha scritto Tizio". Siamo costretti a entrare nel merito. Il testo regge? L'argomentazione è solida? Le fonti, se citate, sono attendibili? Il ragionamento fila?

Questo è almeno quello che ci si aspetterebbe. L'AI, spogliando il contenuto del suo autore, ci dovrebbe costringere a fare quello che avremmo sempre dovuto fare: pensare con la nostra testa. Ci dovrebbe obbligare a diventare lettori attivi, non più fedeli passivi. Non possiamo permetterci il lusso della fiducia cieca, perché non c'è nessuno in cui riporla. L'oracolo è anonimo, senza volto. La sua parola non è sacra, è solo un punto di partenza.

L’AI è solo uno strumento

Certo, l'AI può essere usata per inondare il mondo di disinformazione credibile e ben scritta. Può essere usata per impigrire la mente, per cercare la via più breve, per copiare e incollare senza capire. Ma questo non è un difetto dello strumento, è una scelta dell'utilizzatore.

Un coltello può essere usato per tagliare il pane o per uccidere una persona. Il fuoco può scaldare e cuocere il cibo, o ridurre una foresta in cenere. Ogni tecnologia è un'estensione delle nostre intenzioni. L'Intelligenza Artificiale è forse uno degli strumenti più potenti che abbiamo mai creato, e come tale amplifica sia la nostra saggezza che la nostra stupidità, sia la nostra curiosità che la nostra pigrizia.

La vera sfida non è temere che l'AI distrugga il nostro pensiero critico, ma chiederci se siamo disposti a usarla per potenziarlo. In un mondo in cui chiunque può generare un testo plausibile su qualsiasi argomento, la capacità di discernere, verificare e analizzare diventa non più un'abilità accademica, ma un vero e proprio superpotere.

Forse, la vera minaccia non è mai stata la macchina, ma la nostra perenne tentazione di smettere di pensare. Forse, il problema vero è che non ci siamo mai sforzati a sufficienza nell’educare al pensiero critico. Forse, come società abbiamo sempre favorito l’opposto, con la creazione di miti ed una tendenza ad un’omologazione del pensiero. Forse, proprio la macchina, privandoci delle nostre amate etichette e dei nostri rassicuranti ipse dixit, ci costringerà finalmente a prenderci cura sul serio del pensiero critico.

Almeno, questo è quello che mi auguro.